La Storia...
La linea dell’orizzonte è interrotta dalle cime frastagliate dei vulcani spenti. I loro occhi si ergono alti sulle nubi. Osservano placidi la natura incontaminata dell’arcipelago, guardiani del suo spirito profondo, sopito sotto secoli di dominazione e modernità estranea.
È così che ci ha accolto Makawao. Un piccolo paradiso tropicale nel cuore dell’arcipelago hawaiano, costituita riserva naturale ai primi del Novecento, dove l’azzurro purissimo del cielo è rigato dalle traiettorie di uccelli esotici nella più autentica forma di libertà. È lì che la nostra strada si è incrociata con lui.
Avremmo potuto seguire sentieri già battuti, paletti e cartelli, ma non è nel nostro stile. La sera in cui ci addentrammo nel fitto della foresta, con borraccia, bussola e poco altro, il tasso d’umidità era impressionante. Giù in città ci era stato detto che le pendici del vulcano erano tabù per chiunque, sia isolani che turisti, perché è lì che la leggenda situa la dimora del vecchio. Leggenda o realtà, ormai eravamo in ballo.
Non era passato molto tempo dalla nostra partenza quando ci siamo resi conto di esserci persi. Abbiamo camminato per quelle che ci sono sembrate ore. La giungla era un labirinto indistinto di alberi, liane, piante di ogni tipo. Non avevamo più molte speranze di tornarcene a letto tanto presto quando, davanti a noi, si è aperta la foresta sulla laguna della leggenda.
Era esattamente come gli isolani ci avevano raccontato. La gabbia di vegetazione incornicia il lago su cui si specchia il cielo, una tela nera sulla quale esplodono le costellazioni in stelle a perdita d’occhio. Sul pelo dell’acqua, migliaia di insetti si rincorrono freneticamente attorno alla flebile luce delle lucciole che danzano sulle niinfee.
In un angolo di questo sogno, una palafitta si ergeva solitaria e silenziosa. L’entrata era illuminata da due torce e circondata di collane simili a primitivi rosari. Appesi ovunque c’erano monili e strani oggetti di culto. Entrammo scansando le tendine di perla. Lui, il vecchio della leggenda, era lì, seduto davanti a noi. Vesti logore lo coprivano al di sotto dell’ombelico, mentre il torso era nudo. Ci scrutava da dietro il suo enorme mascherone voodoo. Nell’oscurità, il bagliore delle torce emergeva dal buio dei suoi occhi. Ci fece un cenno. Ci sedemmo davanti a lui e lui iniziò a parlarci nella sua lingua incomprensibile. Di fronte alle nostre facce interrogative, smise per un attimo che sembrò un’eternità. Poi, passandoci un barattolo di legno marcio, ci disse una cosa soltanto nella nostra lingua: “MakaWaka è lo spirito dell’isola, lo spirito nel tempo del mito”.
Rovistando nel barattolo, ne prendemmo il contenuto. Sembravano delle piccole spore, una specie di fungo nero e rossastro. Ne ingerimmo uno a testa, come fece il vecchio, che intanto aveva iniziato a cantare una strana litania monocorde. Quelle parole ci entravano in testa, come un serpente nel nido delle sue prede, mentre la stanza girava. Tutto si faceva più confuso e sempre più buio. Vedemmo immagini assurde, animali esotici e tribali che sembravano animarsi davanti ai nostri occhi. La realtà si dilatava, i nostri corpi si accasciavano sulle assi bagnate della palafitta, mentre ci vedevamo addormentati dall’esterno. Poi più nulla: cala il sipario ed è notte nei nostri cervelli.
La polizia locale ci trovò al limitare della macchia, appena fuori il villaggio. Un mal di testa allucinante accompagnò il nostro risveglio. Accecati dal sole di mezzogiorno, doloranti e confusi ma, dopotutto, sani e salvi. Ci portarono all’ospedale per qualche accertamento. Incredibilmente, non avevamo neppure un graffio. La confusione era tanta. I medici ci dissero che eravamo stati vittima di allucinazioni da funghi selvatici e avevamo vagato in preda al delirio per tutta la notte. Quando raccontammo la nostra esperienza, si misero a ridere. Fummo vittime di battutine per tutto il giorno, fino al nostro rientro in albergo. Preparavamo mestamente le valige per il viaggio di ritorno quando, dalla borsa dell’escursione, cadde qualcosa che non avevamo mai visto prima. Era una specie di libricino, fogli di pergamena rosi dal tempo e racchiusi tra due pezze di pelle, rilegati con corde e resina. Sulla copertina, quello che sembrava un marchio a fuoco rappresentava il vecchio seduto, e sotto di lui una sola parola: Maka Waka.
All’interno trovammo gli strani disegni e tribali che vedemmo nei nostri “deliri”. Le nostre maglie raccontano la storia di una visione caraibica, una visione creativa sospesa fra sogno e realtà, immersa nello spirito profondo e persa nel tempo del mito. La storia di Maka Waka.
